Canta che ti passa!

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Quando ero piccolo, intorno ai 10 anni, ero un chierichetto DOC.

I miei primi guadagni li ho racimolati facendo matrimoni e funerali.

Per inciso i funerali pagavano molto di più dei matrimoni, ma non ho mai capito bene perché.

Comunque, a quel tempo, mi dilettavo anche a cantare con tanta passione e, considerando che i pezzi di Gianna Nannini o di Mario Castelnuovo (erano i mie preferiti) non erano molto graditi in chiesa, avevo accumulato una certa esperienza anche con i canti tipici delle diverse funzioni. Alleluja, Tu sei la mia vita, Camminerò sono solo alcune hits del tempo che mi piaceva cantare più per l’interpretazione che per il testo.

Sta di fatto che a primavera inoltrata iniziava ad avvicinarsi il momento della I comunione.

I pomeriggi con i catechisti servivano a fare i preparativi per arrivare al fatidico giorno, preparatissimi e prontissimi al secondo sacramento da quando si nasce.

La prova generale ci vedeva tutti in chiesa in un venerdì pomeriggio. Eravamo 3 classi di terza elementare, circa 75 bambini con i rispettivi catechisti e in alcuni casi anche le mamme al seguito.

Io beatamente stavo tra i banchi insieme ai miei amici e seguivo le istruzioni di don Giuseppe.

Stranamente però il Don aveva problemi con la voce. Era afono e si dovevano provare i canti.

Quale miglior occasione per salire sul palco e dare sfogo ad una delle miei più grandi passioni del tempo?

Ed infatti, don Giuseppe, con un cenno della mano, mi invitò a salire sull’altare ed avvicinarmi al leggio.

Iniziammo con un classico, Camminerò, che in modo molto ritmato cantavo al microfono con la disinvoltura di una rock star vista in tv.

Ma ad un certo punto, l’eccesso di sicurezza, proprio sull’acuto da voce bianca, sporcò in modo indelebile la mia performance canora con una steccata micidiale.

La platea che fino a quel momento era rapita dalle mie doti canore, interruppe l’ammirazione silente con un scroscio di risate mortificanti.

Io, già piccolo per anagrafe, raggiunsi le dimensioni di un puffo e, con la testa china e il morale in sacrestia, scesi i gradini dell’altare tornando tra il pubblico.

Da questo punto in poi non ho più ricordi, ma solo risultati.

La Vergogna, quella che ho provato in quell’occasione, mi accompagnò per moltissimi anni e si manifestò nei modi più diversi e meno utili per me.

Non credo di esagerare se dico che fui menomato per tantissimo tempo e che a causa di questa menomazione ho perso molte occasione e soprattutto ho smesso di esprimermi nella mia naturalezza.

Poi i lavori, tanti lavori, fatti per combattere e sconfiggere questa vergogna che impediva di esprimermi per come sono. Capire che la cosa più semplice da fare era quella di sorridere, di se stessi e delle situazioni che ci hanno messo a disagio e scoprire che, ridere e cantare fanno guarire ogni cosa.

Io, da tempo, ho smesso di avere vergogna. L’ho sostituita con un sano e saggio pudore che utilizzo a secondo del momento e della situazione.

Però non mi privo più delle cose belle della vita, tra cui c’è anche il canto.

Ora canto e lo faccio per me, perché mi piace.

Venerdì pomeriggio, mentre con il mio Amico Giorgio Grella, ci avvicinavamo a Padova per il corso Da Zero A Dieci che si sarebbe tenuto sabato e domenica, abbiamo tenuto un piccolo concerto automobilistico che mi ha fatto divertire tantissimo.

Ho voglia di condividere con te che leggi, questa canzone, che tra le tante cantate, ho scelto come manifesto di quanto scritto sopra.

Non mi interessa se la qualità è scadente.

Io non canto perché sono bravo. Canto perché mi piace farlo e mi fa bene al cuore.

Non permettere ad un sentimento che non ha nulla di vero nel suo essere ri-vissuto in continuo, di impedire di fare, provare, dire le cose che fai, provi e pensi, perché non ha nessun senso sia per te che per le persone che ti stanno intorno.

Se ti esponi puoi anche sbagliare, ma sbagliando puoi imparare e imparando puoi evolvere.

In tutto questo meraviglioso processo, mi dici che cosa centra la vergogna?

Amen.

Un commento

  • Martina Antognozzi

    Quando ero piccolo, intorno ai 10 anni, ero un chierichetto DOC.

    I miei primi guadagni li ho racimolati facendo matrimoni e funerali.

    Per inciso i funerali pagavano molto di più dei matrimoni, ma non ho mai capito bene perché.

    Comunque, a quel tempo, mi dilettavo anche a cantare con tanta passione e, considerando che i pezzi di Gianna Nannini o di Mario Castelnuovo (erano i mie preferiti) non erano molto graditi in chiesa, avevo accumulato una certa esperienza anche con i canti tipici delle diverse funzioni. Alleluja, Tu sei la mia vita, Camminerò sono solo alcune hits del tempo che mi piaceva cantare più per l’interpretazione che per il testo.

    Sta di fatto che a primavera inoltrata iniziava ad avvicinarsi il momento della I comunione.

    I pomeriggi coi (con i) catechisti servivano a fare i preparativi per arrivare al fatidico giorno, preparatissimi e prontissimi al secondo sacramento da quando uno (da quando si nasce) nasce.

    La prova generare (generale) ci vedeva tutti in chiesa nel pomeriggio di venerdì pomeriggio (ripeti troppe volte “pomeriggio”…potresti mettere: ci vedeva tutti in chiesa in un venerdì pomeriggio). Eravamo 3 classi di terza elementare, circa 75 bambini con i rispettivi catechisti e in alcuni casi anche le mamme al seguito.

    Io beatamente stavo tra i banchi insieme ai miei amici e seguivo le istruzioni di don Giuseppe.

    Stranamente però il Don aveva problemi con la voce. Era afono e si dovevano provare i canti.

    Quale miglior occasione per salire sul palco e dare sfogo ad una delle miei più grandi passioni del tempo?

    Ed infatti, don Giuseppe, con un cenno della mano, mi invitò a salire sull’altare ed avvicinarmi al leggio.

    Iniziammo a cantare un classico (iniziammo con un classico…. così non ripeti “cantare”), Camminerò, che in modo molto ritmato cantavo al microfono con la disinvoltura di una rock star vista in tv.

    Ma a (ad ) un certo punto, l’eccesso di sicurezza, proprio sull’acuto da voce bianca, sporcò in modo indelebile la mia performance canora con una steccata micidiale.

    La platea che fino a quel momento era rapita dalle mie doti canore, interruppe l’ammirazione silente con un scroscio di risate mortificanti.

    Io, già piccolo per anagrafe, raggiunsi le dimensioni di un puffo e, con la testa china e il morale in sacrestia, scesi i gradini dell’altare tornando tra il pubblico.

    Da questo punto in poi non ho più ricordi, ma solo risultati.

    La Vergogna, quella che ho provato in quell’occasione, mi accompagnò per moltissimi anni e si manifestò nei modi più diversi e meno utili per me.

    Non credo di esagerare se dico che fui menomato per tantissimo tempo e che a causa di questa menomazione ho perso molte occasione e soprattutto ho smesso di esprimermi nella mia naturalezza.

    Poi i lavori, tanti lavori, fatti per combattere e sconfiggere questa vergogna che impediva di esprimermi per come sono. Capire che la cosa più semplice da fare era quella di sorride (sorridere), di se stessi e delle situazioni che ci hanno messo a disagio e scoprire che, ridere e cantare fanno guarire ogni cosa.

    Io, da tempo, ho smesso di avere vergogna. L’ho sostituita con un sano e saggio pudore che utilizzo a secondo del momento e della situazione.

    Però non mi privo più delle cose belle della vita, tra cui c’è anche il canto.

    Ora canto e lo faccio per me, perché mi piace.

    Venerdì pomeriggio, mentre con il mio Amico Giorgio Grella, ci avvicinavamo a Padova per il corso Da Zero A Dieci che si sarebbe tenuto sabato e domenica, abbiamo tenuto un piccolo concerto automobilistico che mi ha fatto divertire tantissimo.

    Ho voglia di condividere con te che leggi, questa canzone, che tra le tante cantate, ho scelto come manifesto di quanto scritto sopra.

    Non mi interessa se la qualità è scadente.

    Io non canto perché sono bravo. Canto perché mi piace farlo e mi fa bene al cuore.

    Non permetter (permettere) ad un sentimento che non ha nulla di vero nel suo essere ri-vissuto in continuo, di impedire di fare, provare, dire le cose che fai, provi e pensi, perché non ha nessun senso sia per te che per le persone che ti stanno intorno.

    Se ti esponi puoi anche sbagliare, ma sbagliando puoi imparare e imparando puoi evolvere.

    In tutto questo meraviglioso processo, mi dici che cosa centra la vergogna?

    Amen.

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